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Archetipi e racconti sull’arte d’apprendere e d’insegnare


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Un nuovo indirizzo per il nostro blog

Quello che leggete qui sotto sarà l’ultimo articolo pubblicato su questa versione del nostro blog, e il primo della nuova versione che da oggi potrete trovare al nuovo indirizzo: manualeinapplicabile.it
Da oggi, inizia una nuova fase e vi invitiamo a seguirci così come avete fatto qui in questi primi quattro anni della nostra storia.
All’interno della nuova versione potrete inoltre registrarvi per continuare a ricevere gli aggiornamenti sulla pubblicazione dei nostri articoli.

Buona lettura e arrivederci su manualeinapplicabile.it

 

La nostra veste migliore

Come potete vedere, Manuale Inapplicabile ha una nuova veste grafica, con un menù di navigazione completamente nuovo e un nuovo indirizzo manualeinapplicabile.it

Era il 2012 quando abbiamo creato questo blog e, timidamente, iniziato a pubblicare i primi articoli.
In questi anni abbiamo pubblicato più di 120 articoli, raggiunto migliaia di lettori che hanno trovato nel nostro blog un punto di riferimento per contenuti e un dibattito su temi qualificati come l’educazione, la formazione, gli aspetti clinici della psicologia e della psicoterapia, la normodinamica.

Oggi, a distanza di quattro anni abbiamo sentito forte l’esigenza di un cambiamento che rifletta la maturità raggiunta.
Una maturità che misuriamo nella qualità della relazione con i nostri lettori e della quale abbiamo riscontro nei commenti ai nostri articoli e nelle interazioni sui social media dove li rilanciamo.

La nuova veste vuole rappresentare nel migliore dei modi il valore di questa relazione – il vero valore editoriale del nostro blog – proprio a partire dall’esperienza di uso e di lettura, con una miglior leggibilità e un’organizzazione dei contenuti per aree tematiche che renda più facile la navigazione per temi e aree di interesse e approfondimento.

Per far questo abbiamo cercato un’identità visiva più “contemporanea”, in linea con i nuovi linguaggi e stili della comunicazione on-line, perfettamente integrata sui diversi dispositivi da cui poter accedere ai nostri contenuti (PC, smartphone, tablet).

Questo è però solo un primo passo.

Vogliamo soprattutto che questi sforzi e la nostra nuova identità, siano il riflesso di un taglio editoriale che, in continuità con quanto fin qui fatto e pubblicato, sia sempre più focalizzato sui temi e le parole chiave della nostra scuola e sui contenuti che nasceranno dai nostri contesti e dalle nostre esperienze di pratica, di studio e di discussione.

Buona lettura.

 


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Il web non è l’inferno né il paradiso

di Antonio Ricci

Cari Francesco, Valeria, Francesca, Ylenia, Luca, Federica,

tento di dare un’unica risposta ai vostri commenti sul mio ultimo articolo, ” Per un’askēsis normodinamica”, a proposito della postilla e della condivisione sul web.

Non sono uno scrittore ma un educatore, mestiere che pratico da oltre 25 anni con convinzione e passione, quindi scrivo di ciò che faccio e conosco per sistematizzarlo e chiarirlo, e per condividerlo innanzitutto con persone che hanno scelto di occuparsi seriamente di loro stesse o che fanno il mio stesso mestiere; scrivo inoltre per sostenere la ricerca nel campo che da sempre coltivo, quello della “formazione dell’umano”, definizione che ho appreso dalla mia maestra Edda Ducci,[1] e ben poggiata su secoli di storia, ricerche e studi attorno all’educabilità umana, definizione generale che appartiene a chiunque operi come pedagogo, psicologo o insegnante. Scrivo per invogliare altri a fare altrettanto e meglio di me, per invogliare altri a studiare, approfondire, andare alle fonti dirette; non scrivo per intrattenere, vendere, provocare o convincere. In realtà non dico niente di nuovo, piuttosto continuo a ricercare tentando costantemente di  capire, applicandolo, cosa tutto ciò abbia a che fare con me e la mia professione.

Sul web si trova il meglio e il peggio dell’umanità e, a proposito di cultura, è possibile attingere davvero a innumerevoli fonti, alcune molto qualificate e altre a tal punto orride che sembra impossibile possano trovare spazio. Una volta si poteva solo andare in libreria e scegliere cosa leggere o studiare, ci si metteva in rapporto diretto con gli autori e s’imparava con la giusta lentezza, cosa che la complessità e la profondità di alcuni di essi sempre richiedeva. I libri più importanti venivano letti molte volte, almeno tre volte c’indicava Ducci perché si potesse dire “l’ho studiato”, venivano “mangiati” e infine metabolizzati, per essere poi riposti sulla propria libreria, segnati dai commenti a matita e spiegazzati dalle mani. Libri perciò resi vivi dalla relazione con il lettore, libri sempre “parlanti”, pronti per essere riletti in ogni momento della propria vita, per coglierci ancora un pensiero che prima era sfuggito. È qualcosa che in ogni caso continuo a preferire anche se non credo debba rimanere l’unica.

Il web rappresenta un modello pluralista e democratico, molto bello perché può dar voce a chiunque, ma anche profondamente violento e malato. Il problema è saper distinguere e poi scegliere, sapersi orientare e proteggere, ed eventualmente dare aiuto a chi invece questa capacità di discernimento non l’ha ancora sviluppata, vedi bambini e ragazzi. Rispetto agli adulti la questione è diversa. La tendenza alla superficialità, al degrado e alla semplificazione dei linguaggi on-line a me non piace; la facilità con la quale chiunque possa esprimere sommariamente, e spesso in modo anonimo,  giudizi sulle persone con livore e volgarità patologiche, senza pagarne le spese, è preoccupante e non mi appartiene; il pericolo di non rispettare la dignità della persona perché è tutto virtuale e distante, mi fa paura. E quindi cosa si può fare? Non certo rispondere alla pari né rimanere impotenti ad osservare questo squallore. Esiste invece un mondo che preferisce altro e che è molto lontano da tutto ciò, un mondo fatto di rispetto dell’altro, di cultura e ricerca, di pensiero critico e dialogante che ha voglia di condividere e comprendere, un mondo capace di ascolto e d’inclusione della diversità, fatto di persone che non amano abitare luoghi virtuali ma s’incontrano, dialogano e si confrontano davvero, perché vogliono di fronte un volto e una persona, perché hanno curiosità dell’altro. Penso sia però un bene che queste persone si facciano sentire senza paura anche sul web e che, con la delicatezza e il rispetto di cui sono capaci, portino altri linguaggi, modi, significati e contenuti buoni per tutti coloro che ritengono si possa e si debba fare altrimenti.

Il web non è l’inferno ma nemmeno il paradiso, è una piazza neutra, ed ognuno sceglie a quale discorso vuole prendere parte e con chi.  Come per i libri, leggi quelli che preferisci e, se graditi, li lasci entrare nel tuo quotidiano, nei tuoi pensieri, nelle tue azioni, altrimenti si dimenticano presto e va bene così. È una battaglia che si gioca su un piano molto insidioso e la posta in gioco è il recupero della cultura e del suo senso, della dignità del reale, della relazione diretta “corporea”, recupero del senso dialogico e dialettico da persona a persona. La cultura deve poter migliorare la qualità della vita, la propria singolarissima vita, che è anche vita di relazione, vita di affetti, vita politica e di partecipazione. C’è bisogno di persone che sappiano pensare fino in fondo i loro pensieri, che amino studiare, che non sfuggano il contatto con l’altro e che sappiano contrattare le reciproche intolleranze senza odio e paura, perché vogliono edificare nella relazione. È possibile? Io penso di sì.

Il web è solo uno strumento e un ponte non uno scopo, e infine somiglia a chi sei tu.

 

[1] Edda Ducci è stata professore ordinario di filosofia della educazione presso l’Università degli Studi Roma Tre e docente presso l’Università LUMSA di Roma, dove ha insegnato la stessa materia e “filosofia morale”. Assistente di filosofia teoretica di Cornelio Fabbro in gioventù, e poi pioniera della filosofia dell’educazione in Italia. Sua è stata la prima cattedra istituita per questa disciplina nel nostro Paese, presso l’università di Bari. È stata vice presidente del comitato educazione commissione nazionale italiana per l’UNESCO.


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Per un’askēsis normodinamica (seconda parte)

di Antonio Ricci

Il termine askēsis, nel suo significato primo, sta ad indicare l’insieme delle azioni necessarie e scelte, utili per perseguire i propri obiettivi di sviluppo e trasformazione; rapporto concreto del soggetto con la verità; lavoro di sé su di sé.

Nel campo della formazione dell’umano assume un triplice valore:

  • promuove l’autonomia del soggetto, evidenziando la matrice prima del volere quale prerequisito per affrontare lo sforzo e la fatica che il processo educativo comporta;
  • sottolinea la necessità di un disciplinato sistema di pratiche, attraverso le quali l’educativo possa diventare azione reale e modo di vita;
  • richiama al valore insopprimibile dello studio quale mezzo per stabilire il rapporto tra il soggetto, la conoscenza del reale e le azioni quotidiane.

L’askēsis esprime la perfetta integrazione tra pensiero e azione, attraverso la quale l’educativo s’invera, non rimanendo quindi, puro discorso o, al contrario, mera azione. Il diventar vero di un contesto evolutivo risiede quindi nella possibilità che a nuove comprensioni facciano seguito azioni coerenti con esse; significa che da ogni esperienza possa nascere nuova conoscenza, in un circolo virtuoso dove le forze trasformative e di apprendimento rimangono sempre attive.

L’askēsis quindi, vista nell’ottica autoformativa e di ricerca, e nella sua accezione di strumento, sarà utile per:

  • applicare ciò che si è compreso;
  • comprendere il proprio funzionamento mentale e psichico profondo;
  • affinare, correggere e coltivare il proprio carattere;
  • sostenere l’impegno e l’intensità dello sforzo psicofisico;
  • generare presenza fisica e mentale;
  • mantenere l’apertura e il proprio equilibrio

Concretamente vuol dire sapere cosa ci si può permettere di fare e cosa no, cosa è importante che si faccia quotidianamente per rimanere aperti e per garantirsi tutte quelle qualità personali, tecnologie e conoscenze necessarie al buon svolgimento del proprio compito e, al contempo, utili per stare in buona salute mentale e fisica.

Nel metodo Periagogè vengono distinti tre diversi livelli d’applicazione dell’askēsis, che rappresentano modi di accostarsi all’esperienza per attraversarla attivamente: ordinario, formale e specifico, all’interno di due tipi di azione, consueta e inconsueta.

La pratica ordinaria consueta tocca tutti quegli ambiti del quotidiano divenuti routine, sui quali possiamo intervenire direttamente a partire dall’osservazione del rapporto che abbiamo con essi: i soldi, il sesso, il tempo, il cibo, lo spazio, gli altri, Dio e così viaÈ una pratica di attenzione ordinaria che tende a focalizzare i significati che conferiamo alle nostre azioni e i modi con i quali interagiamo, con l’obiettivo di modificarli qualora non risultassero coerenti con pensieri, intenzioni e risultati attesi. Gli obiettivi sono quelli di ampliare la consapevolezza, il discernimento e la capacità di scelta.

La pratica ordinaria inconsueta mira a creare una differenza con la propria routine quotidiana, senza la quale non si percepirebbe il reale nel suo continuo mutare, e quindi non sarebbe possibile comprendere e apprendere. È un mezzo per costruire competenze e attitudini particolari coerenti con i propri bisogni e obiettivi di crescita. Rientrano in questa categoria tutte quelle attività che richiedono la disponibilità ad una disciplina quotidiana, quindi un tempo ed uno spazio di studio dedicati, al di fuori delle consuete abitudini. Nel caso della nostra scuola sono le discipline a mediazione corporea, lo studio del combattimento, la corsa, la meditazione, l’arteterapia umanistica, i gruppi di analisi relazionale autobiografica e così via.

La pratica formale consueta è una forma di disciplina il cui senso risiede nella ricerca di bellezza, profondità, ampiezza e continuità della pratica stessa, nell’ottica di avere uno spazio di pratica non fondato sull’utilità immediata e su obiettivi specifici. È un tempo aperto di ricerca e ascolto di sé, un appuntamento con dimensioni affini all’arte, dove è possibile coltivare intuizione, attenzione straordinaria e rispondere a bisogni personali più sottili. È il tempo dedicato all’esecuzione libera e all’esperienza profonda dopo ogni allenamento e studio: meditare, dipingere, suonare, combattere, correre, danzare. L’attenzione va sia alla forma nei suoi dettagli, sia al significato ad essa connesso nelle sue diverse possibilità d’esperienza, sia al senso che tale pratica assume in rapporto al contesto. È lo spazio dove sperimentare l’integrazione mente-corpo nella pregnanza del gesto e nell’unione con il suo significato. È il tempo della meditazione, dell’arte e della preghiera.

La pratica formale inconsueta include tutti e tre i livelli precedenti e mira a creare un’ulteriore differenza ampliando l’intensità e la profondità di ciò che già si fa e per un tempo più lungo, con il proposito di tutelarne la genuina natura evolutiva e generare un livello d’attenzione e concentrazione extra-ordinario. Appartengono a questa categoria contesti non ordinari ai quali volontariamente si prende parte, che interrompono il normale svolgimento delle proprie routine quotidiane per un tempo medio o lungo, come ritiri, viaggi o eventi speciali.

La pratica specifica consueta e inconsueta è il rapporto consapevole con il reale senza scopi prefissati. Si agisce accogliendo ciò che c’è, ricercando piena presenza mentale, spontaneità e autenticità. È specifica perché deve riadattarsi flessibilmente ad ogni singola situazione, senza più l’aiuto, né il limite, di forme e contesti predefiniti. Essa rappresenta il confine oltre il quale finiscono la sperimentazione, l’addestramento volontario, la simulazione e la pratica formale, e dove inizia il campo totalmente libero e intenzionato della vita quotidiana nella ricerca di coerenza con i propri valori.  È la vita etica.

Ciascuno di questi modi include l’altro e tutti assumono senso solo nella rispettiva copresenza. La suddivisione in livelli va considerata un artificio utile per studiare con metodo e gradualità, suddivisione necessaria per evitare inoltre la confusione tra un livello e l’altro. Infatti può accadere che nella pratica si confondano le emozioni, i pensieri e le sensazioni che nascono dalla fatica fisica e dall’impegno emotivo, con ciò che deve prendere il volo appoggiato ad esse, trascendendole. Va riconosciuta nell’esperienza la differenza essenziale tra un’emozione e l’altra, tra una sensazione e un sentimento, e ciò che invece apre ad una dimensione pneumatologica dell’essere. Praticare per aumentare l’intensità emotiva è utile ai fini di un benessere immediato e per la conoscenza di sé ma non è il fine ultimo. Esiste una differenza sostanziale tra fare un esercizio per “conoscere e cambiare qualcosa” e, ad esempio, danzare per la gioia di essere, meditare senza scopo, o dialogare in piena presenza mentale per cercare incontro. La disciplina assume valore solo nell’ottica di consentirsi una maggiore libertà: è possibile “rompere” una forma solo se la si conosce a fondo e attraverso l’esperienza.

Esiste poi un ultimo livello: la vita. Qui l’askēsis vuole fondersi con l’esistenza, cercando la sua strada nell’esistenza reale e unica di ogni singola persona, altrimenti che senso avrebbe fare tutti questi sforzi? L’obiettivo è diventare delle persone libere interiormente e non degli automi.

A proposito della disciplina Menghi dichiara: “Per uscire dall’abituale punto di osservazione e vivere per un attimo senza vincoli c’è bisogno di molta disciplina. Una pratica costante è la volontaria attivazione di un’esperienza di autocostrizione. È l’espressione della più alta libertà: quella di porsi dei limiti senza l’obbligo di nessuno. In assoluta libertà. La pratica costante immette direttamente nel laboratorio sperimentale del Sé. I metodi possono essere diversi e così pure i contesti, ma l’obiettivo è sviluppare comprensione che vuol dire aprirsi dentro, com-prendere. La comprensione comporta accettazione, ossia “aprire la porta” in modo da lasciar venire e lasciare andare. Lasciar venire significa complessità; lasciare andare significa semplificazione, e la semplificazione gradualmente porta alla rinuncia, che non è sofferenza bensì alleggerimento. Più cose si lasciano andare più cose possono venire. La scelta di continuare la pratica, indipendentemente dall’averne voglia o meno, equivale alla decisione di affrontare le crisi e di smettere di cercare di evitarle. Mantenere stabile questa decisione permette di attraversare e conoscere differenti stati psichici, realizzando in una azione costante, un sapere profondo.

 Sono al sicuro quando dico la verità.  La mia energia è superiore alla mia stanchezza. La mia disciplina ha lo scopo di aumentare la mia libertà.  La mia disciplina è parte della mia grazia, e la mia grazia è parte della mia disciplina.  Il mio ambiente di veglia è più confortevole dell’utero. Sono contento di essere fuori dall’utero”. [1]

Per concludere possiamo dire che il significato pieno che l’askēsis assume in ambito normodinamico, in quanto lavoro di sé su di sé, può essere riassunto come disciplina necessaria per aumentare la libertà di scelta, incontrare se stessi e l’altro con maggiore consapevolezza, rendendosi disponibili ad un particolare addestramento della coscienza, della mente, del corpo, fondato sulle forze del volere, nel coinvolgimento dell’intera sfera emotiva, mentale e spirituale, dove il sentire è altrettanto importante del fare e del capire.

L’askēsis è una strada verso il reale.

 

Postilla

Questo testo è la sintesi di una serie di lezioni pensate per un ristretto numero di persone in formazione e aggiornamento permanente presso la nostra scuola. La forma attuale è il risultato di un fitto scambio con alcuni di loro, a partire dalla perplessità di condividere argomenti, linguaggi, significati con chiunque. Sono nate molte domande, critiche e commenti sui significati e sul senso specifico di queste  lezioni, sul valore della cultura e della sua condivisione, sul timore di essere scopiazzati, fraintesi, plagiati, non compresi o peggio ancora di finire nel nulla indifferenziato e caotico del web. Sono tutti rischi reali ma è oramai chiaro che il web prende la forma che vogliamo dargli. Sono invece convinto della necessità d’insistere nella condivisione di riflessioni qualificate e aperte, senza avere la pretesa di essere gli unici o i migliori, perché nell’agorà virtuale mondiale possa circolare pensiero e cultura liberamente, ad elevamento di chiunque lo voglia e nella convinzione personale che ciò possa contrastare la tendenza all’abbassamento della coscienza e di tutti i valori. C’è bisogno di studio e cultura, di domande forti e pensiero libero, di persone che abbiano cuore e pensiero, che amino la verità e che per questo ne sono in cerca. C’è bisogno di esporsi senza aver paura di dire la propria parola se vogliamo che qualcosa cambi e in meglio. Nel frattempo, grazie a questo piccolo blog, stanno nascendo scambi importanti con altre realtà educative, psicologiche e filosofiche altrettanto amanti della ricerca e con persone attente ai significati di queste nostre riflessioni.  Nella condivisione con i miei colleghi avevo anche un’altro proposito: stimolare la loro responsabilità e farli venire allo scoperto, per agire nell’immediato quanto andavo scrivendo. A proposito di askēsis e squilibrio era necessario che io parlassi a qualcuno per rendere viva la relazione e quindi proficuo lo scambio. Il movimento che ha generato in termini pratici e di complessità nei nostri rapporti mi conferma ancora una volta quanto sia importante individuarsi nella relazione parlando in verità.

Ringrazio soprattutto Valeria Vicari, Fabiana D’Onofrio, Angela Cervera, Francesca Dal Lago e Federica Angriman.

 

[1] Seminario del settembre 1991, pubblicato su TTT rivista di Normodinamica 13/1992.

Leggi “Per un’askēsis normodinamica (prima parte)”


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Per un’askēsis normodinamica (prima parte)

di Antonio Ricci  

Dall’incontro con l’altro sorge a volte un dolore lieve e diffuso, una piccola pena timidamente raccolta dalle storie di tutti. Un umano sentire l’altro nel quale sorge un misto di tristezza, gioia e paura. Un contatto profondo con l’anima propria e dell’altro, un patire insieme nel riconoscerci partecipi di un’identica natura e al contempo radicalmente diversi, con un senso struggente di solitudine senza soluzione. Siamo tutti soli e perciò ci cerchiamo, a volte trovandoci, a volte negandoci, a volte perdendoci.

Operare nella relazione d’aiuto, sia essa educativa o terapeutica, non è una missione speciale fatta da persone speciali, è piuttosto un mestiere molto delicato e difficile, il quale assieme a specifiche competenze professionali, richiede l’impiego, e quindi la formazione, di forze mentali, emotive e relazionali particolari, proporzionate alla complessità che si vuole gestire. Incontrare l’altro significa essere disponibile ad accogliere ciò che c’è, vuol dire rendere significativo quel momento. Perciò è importante saper gestire in modo ottimale i propri stati mentali, emotivi ed energetici, occupandosi quindi della propria salute fisica e mentale, se si vuole aiutare altri a fare altrettanto. È un fatto ovvio, spesso dimenticato; è un passaggio obbligato, spesso saltato.

Regoliamo il nostro equilibrio emotivo sia in solitudine, sia in relazione. In termini psicologici vuol dire che agiamo sul nostro stato intrapsichico e sulla nostra condizione interpersonale attraverso queste due possibilità. Nel tempo dell’interazione tendiamo a considerare l’altro anche in funzione dello squilibrio che provoca nel nostro stato emotivo e delle conseguenze che ciò genera. Prontamente, e spesso inconsapevolmente, agiamo per ristabilire tale equilibrio, che in termini più semplici vuol dire tornare a sentirsi a proprio agio, non minacciati dalla troppa intimità o al contrario da un eccesso di distanza, freddezza, indifferenza, a seconda delle occasioni. Ci autoregoliamo e regoliamo l’altro modulando distanza e vicinanza, nel tentativo di comprendere ed essere compresi. Tanto più la relazione sarà significativa e maggiori saranno le variabili che interverranno nella valutazione e nella regolazione di tali distanze. Siamo sempre alle prese con la propria e altrui intensità emotiva e continuamente regoliamo la nostra disponibilità all’intimità.

Una relazione adulta può dirsi sana qualora questo tentativo di auto e etero regolazione venga operato da entrambe le parti senza che emerga troppa ansia, o angoscia, quindi in modo flessibile e rilassato, senza eccessive pretese, nel rispetto del reciproco bisogno di solitudine e d’incontro; qualora le reciproche intolleranze e i reciproci bisogni, commisurati alla natura di quella specifica relazione, abbiano diritto di esprimersi nella ricerca palese di una risposta nell’altro. Una relazione adulta può dirsi sana se non si ha eccessiva paura dello squilibrio che ingenera, non temendo di “cadere” o al contrario di “spostare” l’altro dalla comodità nella quale è; se si riconosce la necessità del duplice tentativo dell’”andare verso” e del “rimanere stabili”. Significa aver raggiunto un buon livello di maturazione interiore e relazionale, la cui misura sta nella capacità raggiunta di differenziarsi. Differenziazione significa accettare che l’altro abbia una vita psichica indipendente dalla propria. Nel caso delle coppie, vuol dire smetterla di pretendere che l’altro sia accessibile a comando, sempre a disposizione per la propria sicurezza, il proprio godimento o conforto; vuol dire riconoscergli il diritto di scegliere, a suo piacere, se essere molto intimo o al contrario inaccessibile emotivamente; se essere sessualmente disponibile, non attratto o non attraente a fasi alterne. Differenziazione significa che l’altro non sarà mai ciò che io voglio ma ciò che lui, o lei, vuole. Quando, al contrario, ciò non accade e nessuno dei due è in grado di operare alcun cambiamento significativo, il livello della sofferenza s’innalza, dando così il via ad un rapporto insano, bloccato, senza riposo e senza crescita, sovente nella reciproca sensazione che la causa di ogni male risieda nell’altro. Alla luce di questo dinamismo di dipendenza immatura, appare più chiara la difficoltà che in una relazione d’aiuto si deve affrontare.

Nell’ottica relazionale normodinamica “aiutare” assume il significato di individuare se stessi nella relazione, spostando quindi l’attenzione sugli effetti che l’incontro produce su di sé. L’invito è quello di entrare e lasciar entrare, accogliere, osservare e riconoscere le variazioni del proprio equilibrio fisico e psichico. Aiutare vuol dire operare in modo costante, attivo e consapevole per trasformare e ristabilire l’equilibrio nella relazione a partire da sé, con l’intento di mantenere il contatto e il rapporto con l’altro. Ciò può esser fatto solo tenendo conto dell’unicità della relazione a partire da due domande: “chi sono io di fronte a questa persona?”; “chi è questa persona di fronte a me?”. Vanno perciò riconosciute le forze in campo, i significati, i bisogni, le paure, le richieste inconsapevoli, le proiezioni, le debolezze reciproche.

Si cura la relazione curando se stessi. L’attenzione va spostata da sé all’altro, da sé alla relazione, in un processo circolare dove il proprio sforzo d’individuarsi chiama l’altro a fare altrettanto, facendo emergere gradualmente le difficoltà e le potenzialità esistenti. Pur non essendo un fattore sufficiente di cambiamento, è sicuramente una base solida e reale sulla quale poggiarsi, una condizione senza la quale è difficile prendersi cura della relazione.

Le persone che soffrono a volte non vogliono farsi domande sul perché, e temono chi le fa. Preferiscono rimanere in una condizione d’ignoranza, che è spesso causa di sofferenza per se stessi e per gli altri. Aristotele afferma che tutti gli uomini aspirano per natura alla conoscenza, il cui fine è la verità. Ma sarà poi vero? A volte sembra che accada proprio il contrario: tutti gli uomini aspirano per natura all’ignoranza, il cui fine è la menzogna. Forse la verità, direbbe ancora una volta Aristotele, sta nel mezzo: chi cerca conoscenza dovrà inevitabilmente combattere con la propria tendenza a non voler sapere, e non tutti sono disponibili a pagarne il prezzo. Il punto di collegamento è il volere. Volere conoscenza, non volere ignoranza, non volere sofferenza. Bisogna volerlo e praticamente farlo. Perciò è necessario porsi il problema degli strumenti, della pratica e delle strade per realizzare concretamente quanto si comprende. Nella filosofia platonica questa strada che unisce il logos, il pensiero, la parola, il ragionamento, con l’ergon, l’azione, il combattimento, il fatto, è detta askēsis.

Dalla tendenza a non voler sapere possono nascere rapporti collusivi: ti prego, toglimi il disagio, però non facciamoci domande e nemico sia chi ci prova. Quando però la sofferenza diventa insopportabile, l’incontro è l’unica speranza e così comincia il lavoro. All’educatore e al terapeuta il compito quindi di dosare tempi e modi per porre le domande giuste, cioè domande reali; il compito di individuarle, di preparare il terreno perché siano accolte, di attendere e ascoltare le risposte senza precederle, né suggerirle o indurle. Per porre domande reali bisogna saper sostare in uno spazio aperto di non risposta e attendere che il processo giunga ad una sua maturazione.

L’obiettivo primario della relazione d’aiuto, nell’ottica educativa normodinamica, è sia quello di sostenere la differenziazione, cioè l’emergere dell’unicità della persona, sia di favorire la coesione nel rispetto delle differenze, quindi l’incontro nella relazione. Significa condurre l’altro verso una maggiore individuazione, autonomia e responsabilitàÈ un processo nel quale è necessario fornire accudimento, conforto e protezione in modo consapevole e differenziato, rispondendo a effettivi bisogni di crescita piuttosto che a reciproci bisogni narcisistici. Una delle manifestazioni del narcisismo sta nella difficoltà a distinguere l’altro da sé, nella non accettazione che l’altro abbia una vita indipendente dalla propria. In tale dinamica si annida la pericolosa negazione di aspetti dolorosi e intollerabili del proprio mondo interno. Chi vive in questa condizione è inevitabile che compia quindi anche tentativi per piegare a questi travisamenti le proprie relazioni tramite manipolazioni, proiezioni e fantasmi, dando il via ad una vita faticosa, infelice e senza soluzione, dominata da un senso di sé inautentico e falso.

Molte professioni d’aiuto possono essere intraprese per la soddisfazione occulta di un bisogno narcisista, perciò credo che i processi formativi debbano essere molto selettivi, profondi e seri, lavorando contemporaneamente sulle competenze tecniche e professionali e sulla consapevolezza e formazione della persona.

Portare all’altro la propria battaglia per essere reali e autentici, nell’evidente fatica che ciò comporta, è un tentativo dignitoso, che conferisce speranza e può curare. La vita implica lotta e le relazioni richiedono impegno e lavoro. Il potere trasformativo deriva solo dalla capacità di essere reali. Cambiare significa assumere la responsabilità della propria vita e fissare confini più appropriati per se stessi.

Da ciò può sorgere una sana e auspicabile preoccupazione: chi sarà questo se stesso che si mette di fronte ad un’altra persona la quale chiede formazione, sostegno e aiuto? Di quale askēsis avrà bisogno?  (continua).

Vai a “Per un’askēsis normodinamica. (seconda parte)”


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Liberarsi liberando

di Antonio Ricci

 

Oggi sono 17 anni che è morto Paolo Menghi.  A lui penso spesso.

La memoria cancella e conserva ciò che vuole, in uno strano processo di costruzione della storia che non è mai totalmente volontario, lineare e logico, dando vita a molteplici possibili racconti, ai quali si possono aggiungere o togliere dettagli, e conferire sempre nuovi significati. I fatti concreti si fondono con le fantasie e i vissuti, con gli odori e i suoni; i pensieri nascosti e le parole pronunciate s’inseguono, a volte accavallandosi, a volte confondendosi. Il risultato finale è esperienza. Vita vissuta e vita solamente sognata trovano entrambe un posto nella memoria e partecipano alla costruzione della nostra identità. Verità e menzogna danzano di fronte a noi in bilico sul filo dell’autentico e del possibile, reclamano un posto nella narrazione in nome della fantasia e della realtà.

Quale realtà? Quella della coscienza che vive, osserva, narra, impara, si espande e si contrae. Coscienza che si muove e si trasmette. Ogni persona è coscienza che si nutre di esperienza. Ogni persona intreccia la propria vita con quella di coloro che incontra, influenzandosi a vicenda, chi più visibilmente e chi in modo più silenzioso e inconsapevole; chi danneggiando e chi edificando; chi amando e chi uccidendo. Ne nasce una storia di storie che è la storia della coscienza che può essere narrata in infiniti modi.

Coscienza individuale, coscienza relazionale, coscienza collettiva. Ciò che importa è che il racconto continui ad insegnare qualcosa, che si continui ad imparare, che non si smetta di diventare umani. Perché non basta nascere per esserlo, bisogna diventarlo volendolo. La vita intera è il tempo che ci è dato ed ognuno deve fare la propria parte. I ricordi cambiano, si modificano, muoiono e rinascono, non dicono nulla o pretendono di dire troppo; sono servi plagiati o tiranni crudeli, fanno paura, istigano alla violenza o la placano. I ricordi ci rendono reali e umani. Ma per narrare quale storia e per farla narrare da chi?

Io vorrei consegnare le chiavi della mia memoria alla coscienza ed ascoltare il racconto che ha da farmi, in silenzio, attento e stupito come un bambino che ascolta una fiaba, o meravigliato come un uomo antico che ascolta storie d’amore, morte, demoni e dei. La realtà ha infinite forme e per accedervi ci vuole mente e cuore. Ci vuole coscienza. Averne assaporato il potere, la forza  e la dolcezza conferisce un dono speciale: riconoscerne la mancanza. Solo chi ne soffre l’assenza si muove alla sua ricerca e cura tutti i dettagli vigilando ed amando. L’ospite non arriva quando vuoi ma quando vuole: l’unico significato dell’esser pronti sta nell’accoglienza e nell’accettazione di ciò che c’è.

Come narrare quindi un incontro? Non si può fino in fondo, ma ci proviamo sempre, a volte tacendolo, a volte cantandolo a volte offrendolo. Un incontro reale è sempre intimo e trasformativo. Un incontro reale è prezioso e va protetto.

Per essere davvero liberi deve arrivare il giorno in cui “liberare” chi ci ha fatto del male, per non essere più suoi prigionieri; così come, dopo aver profondamente ringraziato chi ci ha fatto del bene, deve giungere il tempo in cui lasciarlo andare. È una necessità di crescita. Una volta pagati i nostri debiti di riconoscenza bisogna liberare tutti, anche chi ci ha amato. Si accetta di esser soli ed è il tempo in cui si può volgere lo sguardo verso dove si vuole e non solo verso dove vogliono rabbia e paura. La gratitudine non può diventare una cambiale, una benda sugli occhi o un ricordo da esibire. La gratitudine deve diventare azione nella gratuità e nella libertà. Solo così il proprio racconto lo si può infine narrare a più voci, dove i protagonisti principali sono molti e sono tutti egualmente degni d’importanza. Un bel racconto.

Ci sono persone che non hanno lasciato alcun segno nella nostra vita ed altre che hanno inciso in profondità, nel bene e nel male. Alcune continuano ad incidere anche se fisicamente assenti: è il segno che l’incontro continua e si trasforma trasformandoci. Nel presente. È quindi l’attualità del proprio rapporto con ognuno ciò che più importa e la capacità di renderlo reale e vivo al presente. In campo umano si può trasformare solo ciò che è vivo, cristallizzare equivale a uccidere.

Questa è la mia speranza e la mia preghiera: se qualcosa ancora fa male che io possa guarire, se mi nutre che io possa sostenerla, per il resto così sia.

Continuo a dialogare con Paolo Menghi sul valore della libertà e della coscienza, ma non mi chiedo cosa avrebbe detto, pretesa impossibile e anche arrogante, piuttosto cosa io ho da dirgli a parole e nei fatti in totale onestà. Cerco di dire la mia parola. Perciò mi considero fortunato ad averlo incontrato. Perciò credo che la sua impronta di ricerca  in campo umano sia ancora molto profonda e interessante da indagare,  il suo insegnamento un campo fertile che continua a dare moltissimi frutti e a stimolare domande e riflessioni originali. L’orientamento del suo metodo è solo uno strumento efficace, non il migliore,  utile per chi opera nel mondo dell’educativo e della psicologia e un ottimo supporto per chi vuole indagare il campo della coscienza libero da dogmi e da definizioni filosofiche e religiose precostituite. Un pensiero fra molti che chiede però di essere appreso e praticato nell’unione concreta di idea e vita, cosa che a volte scoraggia. Ma che alternativa c’è?

 

 

 


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Educational research and mindfulness meditation

by Antonio Ricci*
Translation by Angela Cervera

We would all like to be winners but, after all, we have to admit to be only poor wretches who can barely try to go through their existence with dignity, knowing simply that everything, although gorgeous, will come to an end, well aware that we have only this life and that we are free to turn it in whatever we want: a masterpiece or a long mournful, anguished ‘scraping along’. We usually search for certainties, precision, for rigorous and verifiable data as well as for control and forecast forgetting that our understanding of life should be close to reality as well as logically accurate. Logic may be accurate but at the same time also unreal and therefore misleading. How often do we confuse what is logical with what is real? The two things can’t be always superposed. It is a matter of fact that  humans differ from animals thanks to an awareness that enables them to go beyond the sole biological dimention.  In overcoming instinct there is conscience, a fact that is stated by the freedom of choice as well as by the ability to master impulses. To become real we need to get back to the simple experience, to recover the basis of knowledge deeply and extensively through our solitude, being able to take out relevant meaning of what we really are and what we do, while relating with the others and the world. Therefore, educating means in this sense seeking contact with reality considering the primacy of experience over an abstract idea of world. Developing conscience means doing a voluntary effort towards personal growth, for which you need proper means as: action, relationship, reflection and meditation. Action is rooted into the world, it corresponds to our way of modifying and changing the world while eating, shaping, enjoying as well as suffering it. Action defines our presence in the world and gives witness to our beliefs. Relationship is what identifies our existential condition: we are relationship and we exist thanks to it. Reflection is the significant result of awareness emerging by the impact with the world, which is filtered by the uniqueness of the individual, a fact made by thought and word: it’s the energy which animates action and gives a meaning to it. Meditation, at last, is both an excellent foothold and a tool for deep delving into ourselves as well as the torch which enlightens the depth of our humanity. It’s both a help to understand our existence and a tool to cultivate awareness. Meditation is the simplest tool for working on the basic layers of our experience.   So what meanings can it acquire within educational research? Let’s start from the first experiential fact: reality is always in motion. How can we get in contact with it and with the experiences we are going to face? How can we observe the nature of our relationship to a certain experience? Firstly we ought to reflect about time and space. Our actions are always oriented in time and space and that is something we can’t ignore. Action always has a firm position relating to time and space because it’s essentially bound to bodiliness. It’s in fact bodiliness itself which forms the experience we make of time and space. The bodily aspect of action as well as the duration of the experience always hold a triple direction: the present, the past and the future. The experience of the present embodies the instant of my real action or the action I may consider as possible. The present time is the only data of experience we have while, as far as we consider our interior experience, we can say that all three times take part in it.  What is hence the connection between real time and the time of experience? Let’s ask Saint Augustine of Hippo. He states that: There is a present of things past, a present of things present, and a present of things future. These three times exist in our soul and suggest the existence of a conscience able to transcend the immediacy of the present and, in so doing, able also to overcome its   limitations and restrictions, unlike it happens to what is simply nature. That means that: “the present of things past is memory; the present of things present is vision; the present of things future is expectation” Memory, vision and expectation are the first signs of a conscience which can express its highest action in Hope when there is expectation, in forgiveness when there is memory and in presence when there is vision. There is hence an acting memory and a body that defines the presence of a person, just as there are three contemporary temporal directions placed in action, which are not always aware nor visible. Seeking for presence and awareness in the here and now ought thus to contemplate the complexity of the data time awareness in order to let it acquire a real, profound and complete meaning. There is in fact a subjective time and a cosmic one to which we are all called to participate; a time that begins with our birth and ends with our death, which we measure while passing and existing in action; a time that transcends our every deeds which follows its lows and exists far before our birth lasting beyond our death. This latter is a time whose measure is so wide, mysterious and immeasurable that it can be experienced as unintelligible, unlimited and eternal. Impermanence and eternity join together as a matter of fact of consciousness in their substantial and concomitant truthfulness and, in so doing, they create an insoluble oxymoron whose constituent element is to be found in change: reality is always in motion. That means that the structure of space and its dimensions where we indeed perceive ourselves living, represents the directions of our movements and particularly express our real deeds or, at least, the ones we believe to be possible. Within this primary space there are little and big things related to our body and its possible actions. Space is filled with my actions because acting means voluntarily participating to this motion in having an effect on its direction. But what is really necessary, first of all, is to recognize and understand the phenomenon. Escaping into despair means not participating to reality by avoiding action, in other words that means refusing the possibility to be able to have an impact on reality. Managing to have an impact on reality means to base on our desires which become will and, most of all, it means  to take the risk of it. Our presence is made of body, space and time, that is: I am here right now; I’ll be somewhere later; I’ve been somewhere before. Mental awareness means developing a four level consciousness based on physical conditions, feelings, contents of mind and heart as well as on contents of universal laws which govern my way of being in the world.  So what is absence then? It means death in all possible forms: death of the body, death of interior acting, death of memory, death of the will, of hope, death of thought and of the power to act upon the world. Continuity of awareness is thus given both by being conscious of where I am and by the continuity of interior action. It’s both struggle and painful labour of the spirit which hardly tries to conform itself to its being in the world, a world which imposes limits but also possesses the material and spiritual resources to make life possible. Something tells us that the world has a hidden meaning which will be revealed while living. Beauty and participation are part of it. To be able to hold more world in ourselves we ought to make room, but to meet the world, we need to leave the house, moving away from the area where we feel comfortable and safe, which is usually made of unlikely certainties and claims to control. Mental awareness allows us to be where we ought to be, allows to see things as they really are, immediately and directly with the immediacy and freshness of attention. So it may well happen to feel having been touched by what is usual daily life as well as by any manifestation of reality.  It may happen to perceive that things are connected and, in so doing, to be able to distinguish the essentials from what is unnecessary, so as to reply properly to what we are asked to do in our daily life, to what I’m expected to do, being free from the compelling drives. It’s thus possible to stay where we are, even though there is  something we just don’t understand, abandoning our stubborn bond to fear, giving up the desire to control things and  to get instant solutions, by keeping absolute confidence in the continuity of our attention.  So we become responsible. We can keep acting even if we feel hurt, even if there is no immediate relief, trying to pull out energy from endless complaining and self-commiseration. That represents the spirit of freedom in connection to the world. It’s possible to experience participation and beauty. Developing awareness to become aware doesn’t give a final solution neither to suffering nor to the toil of existence, it rather places both within existence, giving them the place they deserve by bestowing sense and breadth of vision. Thus acceptance and intimate welcome arise. So we maintain that in meditation we observe and go deeper in order to stay open and exist. We observe carefully and not judging to find a genuine relationship with the changes of our body while developing firmness, stability and concentration. We observe physical pains and pleasures, our breath as well as our mental and emotional state. We observe to understand what is really happening in the present in order to develop continuity of attention. Being able to stay open means opening up to the vital process itself, because we are willing to glimpse and thus accept the feelings and conditions which can explain our peculiar psychological blocks, the obstacles we feel, as well as unresolved emotional and mental issues. This attitude brings understanding and quietness but it leads us to go deeper in order to understand what moves our mind, trying to get to the heart of its thinking and desiring nature. What we try to do is to pass from paying attention to the contents, that is, disconnected items which have never been included in the flow of time and which tend to take on meaning in itself, to considering the process instead. The process is here interpreted as a structure   which changes in time binding one thought to the other, a feeling to the other, an image to the other. Attention is so focused on emerging meanings, on their quality, on motion and on the process of becoming. In so doing, we face questions about what are the paths to reach the sense and meaning of things. In the same way we  search for our roots, the wellspring  as well as for the declining elements of our life; we observe what happens and how it happens, what mind produces and how it changes. If educational commitment really pursues the developing of conscience and the building of a healthy relationship with reality, we can say that meditation may become the right tool to foster some very important human qualities within this kind of research, qualities as: work, love, contemplation and authenticity. Work.  It determines our way of being in the world, our attention, our commitment as well as our relationship with power and our ability in changing forces and matters. That’s why it’s very important to grasp its profound meaning because it allows to better evaluate the goodness of a well done job. In other words there are very important deeds we need so as carrying out what we have started, going to the bottom of what we’ve learned and chosen, being able to benefit from the fruits of one’s own labour, as well as from one’s own mistakes and achievements; managing to let things go as well as  learning to create a new work when it’s over, which is of great importance to learn how to direct all our efforts in order to permit the union of beauty and convenience in our job. Love. Exploring the laws of love in all its expressions. Love is action and relationship with the other, the world and oneself and it is witnessed by unselfish and free dedication. This is what we all need and whose reality, strength and mystery we are all called to deal with. Contemplation. The world belongs to us and we all belong to it. That means  managing to see its reality to take part of it, grasping at the value and the power of nature and all its manifestations. Consciousness raises and expands when the ego becomes less relevant and our sense of personal importance fades. We need the ego in fact to establish a relationship with the world, but by becoming more and more bulky it tends to swallow everything and to prevent any broad vision because it occupies spaces it doesn’t belong to. Only the eruption of a force which manages to transcend it, highlighting its illusory power, can lead the ego back to its initial sense and right perspective. All that deals with surrender and struggle, with trust and choice. Perhaps the experience of the sacred lies just in the acceptance of surrender, in other words it lies in the acceptance of defeat and struggle. Pretending to be like tamed sheep only helps to hide the narcissistic desire of being always triumphant, which, instead, leads to become fearful, cynical and in particular cases also very violent. We are talking about that special childish desire of complete satisfaction of any need, which neither tolerates any limit or frustration, nor wants to be tested and which, if prevailing, will have an influence on every realm of existence causing suffering in oneself and in others. Searching for love is rather different from trying to be pitied so, when we witness the interior failure of a childish and narcissistic project we have actively contributed to, we can see a whole adult person rise. The evolution of consciousness necessarily requires ongoing failure. In this case the loser is the individual sense of importance, which reacting violently produces distress, being forced to deal with helpnessless, vulnerability, futility, impermanence and fragility. The winner instead is conscience which produces genuineness and a sense of wholeness while facing an indisputable real fact: we are not immortal.  The expansion of life experience makes life richer. In fact dealing with the world in a more profound and broader way generates a sense of openness as well as the ambition of being happier by accepting human condition which includes suffering, solitude and struggle. The basic human conflict fluctuates between the desire of being mature, that is, able to bear solitude and to gain full independence and the desire not to be alone. In other words desire of solitude and need of relationship.  The very illusion consists of believing that we can get both at the same time, whereas this is about a polar dialectic to be better experienced rather than answered. Being authentic and true is the main purpose of a consciousness process. Being mutually authentic and true with the others is the purpose of a relational life, but it’s possible only by confronting oneself with the others and the world. This is why the educational process particularly aimed at adults can have many different meanings. Since it’s impossible to avoid the vital issues of life, it’s crucial that the educational action takes place within reality and, at the same time, that this action manages to  help the others elevate beyond reality and suffering, in order to help tolerate anguish and frustration as well as enjoy what makes life real even if revealing its nonsense. In this respect Pascal, to go beyond the illusion of control and certainties, recommended to “travailler pour l’incertain”   and to do one’s job well. Sense of humor and self-irony are rooted deeply in such awareness, they are advanced forces that manage to tackle, with the quiet glee of a laughter, any sense of individual importance, in other words any own and other’s touchiness. These forces are rather different from cynical and destructive sarcasm. Choosing to live a waking life, being mentally and physically fully aware always attempting to fulfil personal growth and an uplifting behaviour is something considerably different from asking for being soothed. On this front a battle takes place which sees unequal forces opposed. The prise in this case is the opportunity to become really human, in other words genuine, authentic, creative, interiorly free beyond lament and recrimination. The price is to become responsible for our life.

Leggi la versione italiana “Ricerca educativa e meditazione”

*Antonio Ricci, psychopedagogist, is the founder of the «Centre of Educational and Pedagogical Studies Periagogè», School of Normodinamica of Rome, Italy.
Acquarello by Ginevra Ricci


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Nella forgia del maestro Yoshindo Yoshihara


Nel corso del recente viaggio Yatra che si è svolto in Giappone tra aprile e maggio, abbiamo avuto l’opportunità di visitare la forgia del Maestro Yoshindo Yoshihara. In quell’occasione abbiamo realizzato questo video che vuole essere una piccola testimonianza della sua arte, riconosciuta come patrimonio nazionale giapponese.

La forgia della spada è una tradizione della famiglia Yoshihara e il maestro Yoshido appartiene alla terza generazione. Suo nonno Kuniie cominciò nel 1933 a Tokyo e nella sua carriera fu riconosciuto come uno dei massimi forgiatori del Giappone. Yoshindo vive e lavora con suo figlio Yoshikazu il quale rappresenta la quarta generazione. Il maestro da sempre forma nuovi forgiatori, attualmente ha cinque nuovi apprendisti che lavorano con lui. Yoshihara è stato nominato  “Importante Proprietà Culturale” della città e della prefettura di Tokyo ed è riconosciuto nell’intero Giappone come mukansa, forgiatore di massimo livello.

Per maggiori approfondimenti consultare:

THE ART OF THE JAPANESE SWORD – Yoshindo Yoshihara  – Leon and Hiroko Kapp . Tuttle publishing


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Amare combattendo

di Antonio Ricci

Si può amare solo rinunciando al controllo onnipotente sull’altro. Ci si può considerare definitivamente adulti quando siamo in grado di fare ciò.

È una certezza che guida il mio lavoro, un principio che mi apre molte domande sia sui significati che racchiude, sia sulle sue implicazioni pratiche. È la sintesi perfetta, quindi semplice, di ciò che perseguo sia come uomo, sia come professionista impegnato in processi evolutivi e clinici. È un faro che illumina quella notte molto buia che spesso giunge quando nessuna strategia, teoria, conoscenza può aiutarti a compiere le giuste scelte di fronte alla contraddittorietà ed alla complessità della persona e quindi di tutte le nostre relazioni. Amare la libertà dell’altro significa operare per l’interezza ed inserirsi con competenza e umanità nella sofferenza, toccandola con mano, ricercandone l’origine e infine riconsegnandola alla persona nella sua pienezza di senso e potenzialità evolutiva, cosa che include anche l’incontestabile accettazione della condizione umana colma di incertezza, insensatezza, contraddizione e mistero.

Interezza però non è sinonimo di perfezione.

Il termine greco teleios sta per «integro»,«completo in tutte le sue parti», integrità che si esprime nella giusta e funzionante connessione tra elementi anche molto diversi tra di loro, che assumono senso proprio in virtù di questi loro legami, come l’organismo umano: dalle cellule alla coscienza e viceversa. Assoluta semplicità e incomparabile bellezza che emergono dall’armonia tra forma e contenuto. Secoli di esegesi e traduzioni più attente a confermare ideologie religiose piuttosto che a ricercare realtà umanamente valide, evidenziandole, hanno trasformato un principio di cambiamento in un assoluto irraggiungibile. Dire perfetto è dichiarare un non senso, alludere alla possibilità di non avere bisogno di alcunché, proprietà del divino abissalmente distante dalla evidentissima condizione umana, imperfetta e bisognosa di tutto, condizione mai risolvibile.

Dire uomo intero, al contrario, porta speranza: ecco l’anthropos teleios.

Non più diviso al suo interno, intero perciò nella sua ricerca di coerenza tra ciò che pensa, ciò che agisce e ciò che dice; ricerca incessante sempre in continuo divenire; pronto ad assumere la responsabilità delle sue azioni quando cade in contraddizione; in lotta con le sue pulsioni senza autoindulgenza; tenero con i suoi limiti, spietato con i suoi imbrogli, disponibile a rendere giustizia al bisogno di verità e a dichiarare guerra ad ogni giustificazione ideologica dei suoi fallimenti. Una persona onesta quindi perché amante della verità e umile perché cosciente di non potercela fare da sola; prudente perché non vuole confondere la ricerca d’interezza con un’illusione di perfezione e d’intoccabilità; un persona sincera perché ha smesso di nascondere i propri fallimenti narcisistici dietro il lamento e la proiezione vittimistica, non più succube quindi d’incontrollabili forze inconsce, chiamate in causa ogni volta che deve render conto di se stessa. Il passaggio all’età adulta segna anche la rinuncia all’illusione di poter manipolare la realtà a propria misura ogni qual volta l’ego si sente ferito e minacciato.

Quante volte abbiamo assistito in noi e di fronte a noi, al contorto balletto mentale tra il «non voglio» e il «non posso». Quante volte, di fronte ad una nostra evidente contraddizione, chiamati ad un confronto troppo schietto e diretto, siamo prontamente scappati dalla responsabilità del «pur non riuscendo voglio», quindi tento, penso, valuto, scelgo perché preferisco, e riconosco il fallimento e l’errore per migliorare la mia direzione; all’irresponsabilità del «vorrei ma non posso» quindi non penso, non scelgo, perché non riconosco la mia volontà nel fallimento e nell’errore in quanto vittima inconsapevole di forze più grandi. Nel primo caso accetto sia fallimento, sia vittoria, riconosco il mio volere e quindi ciò che è assolutamente in mio potere e cosa assolutamente non lo è. Valuto, secondo la filosofia stoica, ciò che è Efemin e ciò che è Ukefemin: sia il mio reale potere di scelta, sia il mio destino. Lo valuto perché voglio essere una persona autentica, un parresiastes: colui che parla in verità per coerenza interiore, quindi bisognoso di una verifica costante della distanza tra ciò che sono e ciò che credo di essere. Nel secondo caso accetto solo la vittoria e solo come conseguenza totale delle mie azioni ma non il fallimento. Ecco allora che emerge un senso d’irrealtà che trasforma l’idea di vittoria in un orpello narcisista. La normale conseguenza di quest’ultima attitudine sarà l’evitamento di qualunque confronto che evidenzi l’incoerenza delle mie azioni e quindi il mio reale volere e valore. Ma per salvare cosa? Un’immagine artefatta e fragile di sé? Perché? A volte l’inautentico, che tenta di prevalere nella sua mascherata narcisistica, pronto a negare l’evidenza di fronte all’incalzare di chi vuole verità, di chi vuole capire e liberarsi dal suo controllo, può addirittura diventare molto violento nel suo tentativo di diniego. Una battaglia che si gioca prima di tutto al proprio interno.

Falso sé versus sé autentico. Falso sé e sé autentico che non sono in rapporto polare ma di contraddizione: la sussistenza dell’uno non dipende dall’altro, il prevalere dell’uno impedisce la manifestazione dell’altro.

Siamo perfettibili e in questa consapevolezza risiede l’educabilità umana e la sua direzione primaria: sviluppare coscienza.

Chi può aspirare quindi a tale possibilità? Tutti fin dal primo giorno e per tutta la vita. Alla domanda però se tale possibilità sia qualcosa di fondamentale importanza, non credo che tutti risponderebbero allo stesso modo, pur considerandone il valore. Ecco il primo ostacolo: per sviluppare coscienza bisogna volerlo. Chi può volerlo?Può volere coscienza chi è arrivato  alla chiarezza di non sapere chi è e dove va, e ne soffre; qualcuno che è arrivato a comprendere l’enorme differenza tra il parlare di una cosa, e il tentativo di perseguirla perché l’ha davvero compresa.

Credere nella possibilità di un cambiamento significa tentare di generarlo senza fermarsi di fronte ad ogni spinta contro evolutiva, che sempre si attacca alle nostre pulsioni, si nutre della nostra angoscia e si giustifica con le nostre ideologie. Disperatamente volere è un , a volte ostinato e furioso, a volte tenero e quieto, ma sempre profondamente silenzioso e fermo; un alla vita che si contrappone alle forze che operano per inabissare ogni barlume di coscienza, per tenere sotto controllo paura e angoscia. Il processo per sviluppare coscienza non prefigura scenari idilliaci da teorema del benessere ad ogni costo, non è perseguibile nei ritagli di tempo, tra complicate teorie di salvezza, un motto di spirito, quattro chiacchiere tra amici, una buona lettura e un prevedibile finale cinico «siamo concreti, la vita è ben altro»; bensì prevede l’attraversamento di zone cupe e in ombra dell’essere, nonché l’accettazione di attriti crescenti derivanti dall’emersione di verità su di sé spesso intollerabili.  Serve senso di realtà, disciplina e costanza. Serve volontà di combattimento.

Chi può volerlo? Colui che è inconsolabile perché ha «toccato il fondo» ed ha avuto paura, perciò parla poco e agisce curando i dettagli, perché vuole risalire e vivere da uomo e da donna interi, senza più cercare scorciatoie e inganni. Per farlo è necessaria la forza autonoma del volere che può emergere solo di fronte alla consapevolezza della propria perniciosa dipendenza dalla paura di vivere. In un chiarimento di Paolo Menghi del metodo Normodinamico si legge: Il nostro lavoro è per chi ha concluso con successo una psicoterapia e, soddisfatto dei vantaggi ottenuti e conscio dei limiti di ogni psicoterapia, desideri andare oltre. Così come fecero altri uomini e donne di ogni epoca, senza le garanzie e i consensi del loro tempo. Il nostro lavoro è anche per chi senza aver fatto alcuna psicoterapia, sofferente e consapevole delle proprie perversioni, se ne vuole liberare e per questo lavora molto e ne parla poco. Costui non considera però questo l’obiettivo delle sue fatiche, ma soltanto una tappa necessaria verso un cammino di liberazione. Egli però ha già deciso di non usare più le proprie perversioni come nascondiglio, tutte le volte che il suo ego verrà smascherato.”[1]

Menghi parla di cammino di liberazione, di perversioni, ego e consapevolezza. A fronte di un unico obiettivo da sempre dichiarato, lo sviluppo della coscienza come veicolo di libertà interiore, mostra due possibilità d’inizio egualmente valide la cui discriminante sta nella capacità già acquisita di scelta consapevole, che sia essa la conseguenza di un processo terapeutico o frutto di un processo personale.  Menghi, neuropsichiatra e psicoterapeuta, aveva ben chiaro cosa volesse dire «concludere con successo una psicoterapia», così come quali fossero i suoi limiti, perciò sapeva considerare con serietà il disagio psichico di una persona e i suoi bisogni di cura, sapeva riconoscere la differenza tra un delirio psicotico e un bisogno esistenziale di libertà e ampiezza. Non confondeva i livelli e sapeva rispondere adeguatamente alle diverse esigenze delle persone, che fossero di cura o di conoscenza, impiegando inoltre molte energie per formare collaboratori altrettanto capaci in tal senso, cosciente della sua personale necessità d’avere aiuto per portare avanti il suo lavoro. Ciò che intendeva evitare era la contrapposizione, nonché la confusione, tra psicologia che cura e via di ricerca che propone l’evoluzione consapevole. Infatti l’una sostiene l’altra e l’una non può sostituire l’altra.

Esistono diversi livelli di bisogno della persona gerarchicamente ordinati, vitalmente connessi e tutti egualmente indispensabili: corporei, psichici, relazionali e pneumatologici, per citare i principali. Bisogna occuparsi di ognuno di essi con una profonda conoscenza del loro funzionamento specifico, attenti a non confonderli, con lo sguardo ben puntato sull’interezza della persona e quindi ai nessi dell’uno con l’altro e alle loro relative influenze. Questa è l’ottica Normodinamica: usare quello che c’è, senza negare nulla, per entrare nella complessità dell’umano e penetrarne il mistero, affinché l’evoluzione non si fermi, nella convinzione che la sofferenza, inflitta e subita, sia direttamente proporzionale all’ignoranza, intesa come mancanza di consapevolezza di sé e del mondo. Un processo verso il reale e l’autentico.

In una mia precedente riflessione «Ricerca educativa e meditazione» affermavo che la nostra comprensione della vita deve essere conforme alla realtà oltre che esatta logicamente, aggiungevo inoltre che la possibilità che emerga l’umano e quindi coscienza, sta nel  superamento dell’istinto, fatto che si esprime nella libertà di scelta e nella capacità di dominio sulle proprie pulsioni. Di fronte a questa possibilità di scelta si erge un profondo cambiamento: partecipare volontariamente alla propria evoluzione. Tale possibilità di essere attivi nel proprio processo di cambiamento è proprio della prospettiva normodinamica, contrapposto quindi ad un attitudine d’attesa, passiva e delegante, che qualcuno si occupi di noi, attitudine che Menghi riassume in due diverse posizioni esistenziali: il paziente e lo studente.

Il paziente cerca un’interpretazione e una guarigione attraverso diversi gradi di delega al terapeuta; lo studente cerca una spiegazione e vuole apprendere. Allo studente è richiesto di partecipare attivamente, condividendo i risultati della sua ricerca, nell’applicazione dei principi compresi e delle indicazioni ricevute. Come ho già scritto altrove,[2] il processo evolutivo nella relazione educativa si fonda sul dono, fa capo alle forze del volere, non può prescindere da un obiettivo e da un valore, laddove invece la relazione terapeutica fonda il suo intervento sulla domanda di guarigione e di cura. Il processo evolutivo diventa, in tal modo, analogo a quello creativo, dove da una parte lo studente viene aiutato a determinare realizzazioni volontarie, concrete ed obiettive, e dall’altra gli viene trasmesso un vissuto di senso. Ciò significa armonia tra ciò che sente, percepisce ed elabora e i suoi processi profondi e inconsci. Il punto non è negare la malattia psichica ma fornire risposte adeguate ai diversi bisogni di crescita della persona, infatti il campo educativo si allarga a tutte quelle persone che, pur vivendo in una normalità consueta, esprimono un disagio esistenziale e un bisogno evolutivo. Si tratta di persone integre alle quali la sofferenza ha aperto nuove domande e quindi una porta per avviare le trasformazioni che vorrebbero, sofferenza che riescono a manifestare e contenere nella sua intensità, non conferendole il potere di disgregarli interiormente, né il diritto di distruggere esteriormente. Questo stadio può essere sia il risultato finale di una buona psicoterapia, come afferma Menghi, sia una condizione di sicurezza interiore come risultato di una crescita normale all’interno di buone relazioni familiari e personali.

Vorrei ora tornare all’affermazione iniziale: è adulto chi è riuscito a rinunciare al controllo onnipotente sull’altro. Chi può farlo? Chi non teme la solitudine e quindi non ha bisogno dell’altro per curarla e sentirsi intero; qualcuno la cui identità è integra e non teme di fare entrare l’altro nella propria sfera d’intimità, anzi lo desidera, così come non teme la separazione, anzi la cerca tutte le volte che il confine tra sé e l’altro rischia di essere confuso o invaso. Continue unioni e separazioni generano una reale vita relazionale che è incontro. Questo è un processo d’individuazione dove si può appartenere senza possedere ed essere posseduti. Perché volerlo? Forse per un bisogno di semplicità essenziale. Per essere più gioiosi e giungere ad esperire il mondo in modo più reale e profondo. Infatti nell’espandere la nostra esperienza di vivere la vita stessa si fa più ricca. Questo può essere un obiettivo forse troppo semplice per qualcuno ma certamente colmo di senso per molti.

Siamo tutti dentro il conflitto costante tra il desiderio di solitudine e quello di relazione per non essere soli, nonché viviamo l’illusione di poter avere entrambe le cose sempre, quando invece è una dialettica polare da vivere e non da risolvere. Molte nostre relazioni contengono l’illusione di una «fusione» con l’altro, per riempire vuoti esistenziali e psichici, per ottenere pieno appagamento e totale soddisfazione di ogni bisogno in una sorta di completezza e intesa perfetta. Ci aspettiamo tutto questo dall’intimità con l’altro quando invece al fondo sappiamo che ogni cosa, per sua natura, tende ad essere imperfetta. Intera si, perfetta no. Per fortuna. Questo è reale. Se si vuole intimità e incontro bisogna rivedere molte nostre illusioni tra cui quella di mettere fuori dalla nostra vita, quindi dalle nostre relazioni più intime, dolore e conflitto. Eppure l’aspetto umano più reale emerge proprio quando diventa chiaro che il dolore non è il nemico e i conflitti non porteranno all’annientamento. La relazione più reale e intima può crescere solo come conseguenza di uno scambio autentico e di un vero conflitto.

Significa «amare combattendo».

È ancora Menghi a parlare, siamo nel 1993: «Mi ricordo le reazioni, anche di eminenti psichiatri, quando iniziai ad introdurre le arti marziali tra le tecniche del mio insegnamento: “ma cosa c’entrano le arti marziali!”, “per carità io sono assolutamente contrario alla violenza!”. Non si accorgevano della scissione e quindi della violenza insite nelle loro stesse affermazioni. […] La psicologia del combattimento è lì oggi al vostro servizio per insegnarvi ad accettare, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente la necessità dell’attrito e quindi, a dare al vostro interno spazio al conflitto, restando aperti. […]  Vi insegnerà a smettere di fuggire il conflitto come male, e vi insegnerà invece a sperimentarlo come opportunità di crescita. […] Assisteremo allora ad un combattimento d’amore».[3] Una relazione è reale se all’interno di essa ci si può sia rilassare che opporre, nella disponibilità di affrontare questioni che preferiremmo non vedere o che non fossero viste, miscelando premura e opposizione, dove l’interesse per l’altro può garantire che l’opposizione sia utile anziché lesiva. Senza premura non può esserci nemmeno amore.

Essere reali insieme vuol dire non tradire se stessi restando il centro della nostra vita, senza attribuire all’altro colpe e responsabilità per come essa è. La libertà di lottare e il coraggio di sfidare gli altri è fondamentale per diventare una persona, affrontando proprio le illusioni nelle quali ci eleggiamo reciprocamente a finta soluzione l’uno per l’altro, nonché a ostacolo, incastrati in comportamenti controllanti. Ciò porta solo al risentimento. Ecco allora la necessità di superamento dell’onnipotenza infantile, cioè della tendenza a «sequestrare» l’altro, soprattutto nelle relazioni di coppia, superamento inteso come fine della fantasia di possesso incondizionato e come forza che può lasciare l’altro libero di andare e venire. Accettare la realtà psichica indipendente e separata dell’altro e la sua parziale raggiungibilità, il saperlo distinguere da sé sono segni di maturità. Significa quindi anche riprendersi le proprie spinte aggressive, le proprie bruttezze intollerabili, i propri aspetti dolorosi e avvilenti, smettendola di tentare di piegare le nostre relazioni a proiezioni e bisogni infantili inappagati. Prendere atto di questi bisogni e vedere i modi inconsapevoli attraverso i quali tentiamo di rispondere senza efficacia, con tutta la sofferenza che ne deriva, può spingerci a far qualcosa di utile per conquistare una reale interezza.

C’è una speranza nel pensarci soli e insieme, amanti della libertà dell’altro e pronti a contrattare le reciproche intolleranze per edificare e comprendere. Non possiamo continuare a «mangiarci» gli altri a pezzettini, le persone vanno colte nella loro interezza, e se non siamo in grado di farlo che almeno si possa soffrire di questo. Tollerare l’ansia e godere di essa assieme alla sofferenza può sembrare un’affermazione paradossale, ma è ciò che rende reale la vita perché ansia, sofferenza e dolore, assieme al piacere e alla gioia, conferiscono l’esperienza di vivere anziché quella di essere sedati, nella consapevolezza che le questioni difficili non possono essere eluse e, in ultima istanza, che la morte non può essere evitata.

 

 

 

[1] Appunto da supervisione equipe normodinamica del 10 luglio 1991.

[2] Cfr. A. Ricci, Manuale Inapplicabile, Periagogè Edizioni, pp. 31-34.

[3] TTT, Rivista mensile di Normodinamica, ottobre 1993, Il sistema d’apprendimento, pp. 6-7.


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Il respiro dell’uomo: Alexander McQueen.

di Francesco Brunacci.

Non è vero che gli Inglesi sono tutti musoni. Ci sono anche quelli napoletani. Allegri e disposti all’altro per natura. Da quando vivo in Inghilterra, vado spesso a Londra per lavoro, ma quel giorno ci andavo per piacere: volevo vedere questa mostra di cui parlano in molti, dedicata – nel museo delle Arti applicate Victoria and Albert – a un grande stilista come Alexander McQueen, morto suicida nel 2010 a soli 41 anni.

Sul pullman che da Oxford mi porta fino in centro a Londra, incontro una donna molto in là con gli anni. Si chiama Anne. Il pullman è pieno e tutti devono fare quello che qui nessuno vuole: sedersi accanto a uno sconosciuto. Ci scegliamo Anne e io. Dopo un po’ mi dice che sta andando a Brighton e sorride sul fatto che in poche ore si possa passare dal sublime al ridicolo.

Non è importante che io sia d’accordo sul considerare Oxford sublime e Brighton ridicola, è importante che Anne mi accolga accanto a sé con tutti i suoi ottant’anni e più, i racconti degli anni in America, un matrimonio nato in Uganda, l’altro finito a pochi passi dalla nostra fermata. Il dono inatteso di questa signora così eccentricamente perbene, mi sembra un viatico utile.

So quanto Alexander McQueen può essere buio e lugubre, so quanto fosse impertinente, sboccato, capace di ogni irriverenza anche dalle parole di Romeo Gigli, con cui ho lavorato e di cui McQueen fu assistente a Milano. Lascio Anne all’altro pullman per Brighton e mi avvio verso il museo grato a questa nuova conoscenza inattesa.

La lunghissima fila già un’ora prima che le porte si aprano, annuncia e riflette quello che mi porto dentro: la bellezza esiste nel dialogo. Anche nel dolore più nero. Anche nelle ferite mai rimarginate.

All’interno della prima sala, la prima notazione è il silenzio. Un silenzio atipico nelle persone che generalmente affollano questo tipo di mostre. Fin dal primo passo verso il mondo di Alexander McQueen, fashionisti e non avvertono la diversità dell’approccio che questa mostra impone, pur con fluidità e una certa dolcezza. Quello che siamo portati a conoscere, a sentire e poi forse a integrare è la ricerca di una bellezza che va al di là di tutti i canoni legati a quelli che sembrano ma non sono affatto semplici vestiti.

È la bellezza che strazia e che forse proprio per questo aiuta a vivere.

Nei giorni precedenti alla visita alla mostra ho letto molte volte la poesia di Paolo Menghi “Bodhisattva”[1]: racconta di una relazione cui si pensa di rado, quella tra rosa e giardiniere. Racconta del dialogo tra il fango lasciato tra dita callose e il profumo della rosa, mi indica quanto possa volere  dire vivere profondamente e responsabilmente il continuare a creare ed ad agire pur se ci sente sporchi, sporcati o feriti. Racconta in altre parole quello che Antonio Ricci affermava su questo stesso blog nell’articolo “Ricerca educativa e meditazione”: “L’azione può procedere anche se feriti, anche se non c’è sollievo immediato, tentando di sottrarre energia al lamento e all’autocommiserazione. Questo è spirito di libertà nella connessione con il mondo. Si sperimentano la partecipazione e la bellezza”.

La poesia “Bodhisattva” mi dice ancora quanto la natura stessa abbia desiderio di espressione, quanto delicatezza e lavoro duro siano complementari e alla fine risultino identici. Questa credo sia l’umanità. Per questo dopo quella mattina sono ritornato ancora a vedere la mostra: perché aiuta a far uscire completamente dal cliché dell’artista maledetto, per aprire un varco straziante sull’opera di un uomo.

E perché è come una meditazione, scava nel profondo, menziona tutte le ferite di McQueen – il rapporto con il potere, con le Grandi Maison di moda, con la sua omosessualità, con i vari uomini che ha amato, con l’attitudine autodistruttiva e suicidaria, le droghe, le provocazioni esagerate – e ti lascia alla fine tanto rigenerato che agganciato a quello che stai vivendo, nell’immanente. Sala dopo sala – provando ad andare al di là della storiografia delle sue sfilate, dal rumore di modelle e paparazzi, da quello che la grande giornalista di moda Suzi Menkes ha definito “The Circus”  – si assiste alla fatica del giardiniere, alla profonda umanità di un sarto che ha affrontato il suo essere umano provando a creare incessantemente non quella che poteva essere considerata come un’opera d’arte, ma quello che per lui era necessario.

In ogni singolo capo di vestiario presentato, non c’è nessuna ricerca di plauso. Questo mi ha profondamente commosso.

Non la ricercatezza di una piuma cucita alla perfezione su un busto e poi dipinta, quindi tagliata e incollata, non i capelli umani che diventano cappotti, i cilici che diventano cappelli, gli aerografi trasformati in idranti: no. Commuove profondamente il respiro dell’uomo, dietro il suo ago e filo e dietro alle sue forbici. La dedizione ad un’opera che doveva essere conclusa ogni giorno. La capacità di non lasciare nulla abbozzato o demandato. La totale mancanza di autocompiacimento anche nelle scelte più folli come gli “abiti tortura” o i corsetti dalle proporzioni volutamente disumane e per questo imposti in passerella. Nell’ultima strofa della poesia “Bodhisattva” Menghi scrive:

“La rosa è delicata e profuma d’ignoto piacere senza tempo, mentre il giardiniere ha mani sporche e dita callose, ma non piangevi forse ieri tu di tenerezza e d’amore guardandomi zappare?”.

Mi sono chiesto tante volte chi è che piange: non lo so, non lo capisco a fondo. Intuisco un altro/altra, il Tre. Mi sembra di capire che la bellezza della rosa e del giardiniere che “nel desiderio comune si incontrano – nell’amore per tutti – si fondono – nel bisogno di bellezza – si riconoscono identici” permette di allargare il cerchio e di passare dal due al Tre, dal dialogo a due a un altro tipo di comunicazione. Che può essere anche semplice silenzio, ma dialogo incessante con l’altro. Perché disperato, perché ogni volta cercato, costi quel che costi.

Sono rimasto muto fin dalla prima sala, quando una gigantografia in bianco e nero di McQueen – uomo, non quello glamourous delle riviste patinate – si trasforma lentamente in un liquido seppia – potrebbe essere sangue, lacrime, tutte le deiezioni umane – che copre il volto del designer e via via il volto diventa cranio e poi volto completo ancora. Niente è connesso alla creazione marketing del McQueen sado-maso e dark, del creatore del teschio come suo marchio di fabbrica, lo stesso impresso su milioni di sciarpe o T-shirt vendute al chilo in tutto il mondo a poche ore dal suo suicidio. Quello che è palpabile è il ciclo dell’uomo, di tutti noi, un ciclo cui gli artisti veri – da Mantegna a  Francis Bacon – non si sono mai opposti, anzi, ne hanno rilevato la consistenza e la sostanza di fronte al silenzio dell’Universo.

Sala dopo sala, vestiti dopo vestiti, cappelli, copricapi, cinture, le celeberrime scarpe “Armadillo”, diventa immanente la ricerca di un uomo che ha sempre cercato la bellezza. Questo toglie il fiato anche ai più cinici. Persino un video con la tanto chiacchierata Kate Moss, è una pennellata di altissima poesia. La letteratura è piena di racconti sugli artisti abitati dal fuoco sacro. Non sono uno storico di McQueen e non mi interessa neanche provare a fare il suo biografo. Quello che mi preme invece è provare a descrivere ciò che si può integrare del mondo osservando l’opera di quest’uomo.

La frustrazione, innanzi tutto, di un ragazzino inglese non certo bellissimo, omosessuale al di là di ogni outing massmediologico, dotato anche di una voce sgradevole. La rabbia, nelle sue famose forbici, di cui tutte le sue sarte e lavoranti hanno avuto il terrore. Lo strazio proveniente dalla difficoltà di vivere e affermare la propria diversità. Il coraggio. L’autodistruttività. Il ritmo e il tono di una risata che negli archivi risuona come quella di Amadeus nel celebre film di Milos Forman. L’insonnia e la bulimia permanenti. L’infinito e inappagabile bisogno d’amore. La relazione fusionale con sua madre (si è ucciso a pochi giorni dai suoi funerali). E la capacità di comprendere quale fosse la sua strada e viverla senza mezzi termini, fino in fondo.

Quello che si tocca lungo le sale della mostra sono le sue notti. Non c’è poesia, né romanticismo, né sentimentalismo: solo la necessità di creare fin nel profondo e portare a compimento l’opera a ogni costo. Questo è ciò che mi commuove e credo commuoverebbe tutti quelli che provano a capire cosa ci stiamo a fare su questa terra. Per questo avrei potuto essere un ingegnere, un carpentiere, un pilota, credo sarei uscito dalla mostra ugualmente grato alla vita.

Anni fa nella sua introduzione a “Zone di silenzio” [2]di Paolo Menghi, Federica Cervini ha scritto.

“ È la voglia di vivere che si strazia con il dolore di esistere, che da sempre ispira l’arte”.

Questa frase e soprattutto il verbo “straziare” mi ha guidato nel percorrere le sale del Victoria and Albert Museum di Londra.

Straziare significa cedere completamente all’incerto della ferocia e bellezza che la vita ci offre. Straziare significa non immolarsi a niente, ma connettersi a quanto di fisico e sanguigno può e deve permanere nelle nostre scelte. Straziante è quello che si sente quando tutti i tuoi sogni si spaccano e non ti rimane altro che rabbia e paura. Straziante è quando devi prenderti fisicamente a cazzotti sulla testa per capire chi sei e dove sei. Mi viene in mente mia nonna materna. Quando qualcosa non andava bene, giù cazzotti sulla sua bella testa e i capelli a crocchia: per poi concludere, scarmigliata, “Povera coccia mia!”.

Le parole di “Bodhisattva”, in questa profusione di ricerca quasi intollerabile alla vista – McQueen ha usato dalle conchiglie alle piume amazzoniche, dai denti di coccodrillo alle unghie – mi hanno sostenuto e illuminato la strada. Nella prosa che quasi sempre accompagna le sue poesie, Menghi scrive: “C’è una bellezza stupenda negli occhi di chi cerca e non ci si può sottrarre a questa meraviglia, perché quegli occhi chiedono l’anima. Nessuno consapevolmente può resistere a questa attrazione.”[3]

Non so bene cosa, ma sono certo che Alexander McQueen abbia cercato e alla fine fallito.

Questo strazia. Strazia noi che vorremmo creare e non sempre ci riusciamo, noi che vorremmo essere protetti da una bellezza permanente, una bellezza che nell’illusione ci salverebbe dall’orrore che a volte la vita ci porta a vivere. Noi che chiediamo scusa a fatica, che a fatica riconosciamo il male imposto agli altri, che vorremmo la pace prima ancora di avere intrapreso la guerra.

 

“Savage Beauty”,  la mostra dedicata ad Alexander McQueen, fino al 2 agosto, al Vittoria and Albert Museum di Londra.

*Francesco Brunacci, giornalista.

 

[1] PAOLO MENGHI, Il filo del Sé, Padova, ed. ITI, 1994, pg.169.

[2] PAOLO MENGHI, Zone di Silenzio, Roma, ed. Mandala Scuola di Normodinamica, 1997, pg. VIII.

[3] PAOLO MENGHI, Il filo del Sé, ed. cit.,  pg.170.


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L’obbligo della riconoscenza

di Valeria Vicari

Pubblichiamo un breve articolo di Valeria Vicari in risposta ad un commento all’articolo “Riconoscimento e riconoscenza” di Vicari e Grifasi.

 

Commento di Patrizia Taccani

“Restituire per obbligo, o per senso di colpa, o per dovere, è facile […]” scrivono le Autrici. Vorrei solo fare una breve precisazione. E’ facile che avvenga, come si deduce dal seguito della frase.
Non è per nulla facile, invece, a livello emotivo e relazionale, quando la restituzione si colloca nei rapporti intrafamiliari e intergenerazionali. Mi riferisco, in particolare, alla restituzione, all’obbligo della riconoscenza cui molte/i figlie/i sono chiamati quando i loro genitori diventano fragili e dipendenti. Ciò che sembra dover essere restituito a tutti i costi sono le cure ricevute in passato, qualche volta ho ascoltato genitori nominare come cambiale da riscuotere i sacrifici fatti, le rinunce, anche l’investimento economico. Quando ciò avviene (e non è sempre per fortuna) quel prezioso “riconoscimento” reciproco di cui si parla nell’articolo è del tutto assente. Nessuno dei due soggetti – chi cura e chi è curato- sa vedere l’altro per quello che è. Si innescano conflitti, si alimentano rancori, scade a livelli molto bassi la qualità della vita di entrambi.
Le storie familiari che da tanti anni ascolto nei gruppi di automutuo aiuto mi consentono, a volte, di capire dove affondano le radici queste lontananze affettive. E a volte è proprio il percorso che la singola persona fa insieme a tutti gli altri componenti del gruppo a far trovare uno spiraglio che porterà a importanti cambiamenti.
Grazie alle Autrici per le loro riflessioni”.

 

Gentile Patrizia,

la ringrazio per la sua risposta che apre uno sguardo molto qualificato sulla famiglia, ambiente molto delicato al quale riferirci e anche il più concreto. È  frequente la condizione di malessere che nasce dall’aspettativa di un figlio di ottenere riconoscimento dai genitori, aspettativa spesso frustrata e appesantita dall’inversione dei ruoli di accudimento, e dalle leve ricattatorie e conflittuali che appunto lei segnala. Proprio di recente con Antonio Ricci, direttore della nostra scuola e psicopedagogista, abbiamo riflettuto all’interno di un contesto di supervisione sul tema dell’autonomia nella relazione, analizzando anche le possibili traiettorie patologiche dei sistemi familiari scarsamente differenziati. Penso sia utile condividere alcuni passaggi, tratti da miei appunti, che credo tocchino le riflessioni da lei aperte e che mi hanno aiutato a mia volta ad inquadrare meglio la complessa tematica delle lealtà familiari: “Le sottili ed invisibili forze che regolano le lealtà familiari risentono del livello di differenziazione degli individui adulti, dei genitori quindi, nella loro espressione sana o disfunzionale. Il compito dei genitori dovrebbe essere quello di aiutare i figli a crescere in autonomia fornendo loro, oltre all’accudimento fisico, anche comprensione, sicurezza e amore per accompagnarli ad uno svincolo che dovrebbe vedere tutti coinvolti. Infatti non sono solo i figli a doversi preparare ad “uscire di casa” ma anche i genitori a “lasciarli andare”, nel riconoscimento reciproco di un importante cambiamento nella struttura familiare e relazionale.  A mio avviso la famiglia assolve il suo compito nel momento in cui, da luogo privilegiato di affetti e sicurezza, diventa porta aperta sul mondo, esperito quindi come meritevole di essere esplorato e vissuto. Quando invece la prospettiva di uno svincolo diventa sinonimo di tradimento è chiaro che la famiglia ha fallito il suo compito perché diventa fine a se stessa, cioè una prigione. In questo caso i figli sono appendici dei genitori, tenuti al guinzaglio con il ricatto della riconoscenza e della lealtà al clan familiare che viene messa sopra di ogni cosa; assistiamo alla sofferenza di figli, che probabilmente rimarranno tali per sempre, privati della loro capacità critica, controllati con i sensi di colpa, incapaci di differenziarsi quindi di liberarsi da funzioni molto rigide e da definizioni su loro stessi ferme ad età della vita molto precoci. Nel nostro lavoro con le famiglie  assistiamo a volte al sacrificio di un figlio, più spesso di una figlia, la quale viene chiamata a rinunciare alla propria vita affettiva e relazionale per accudire i genitori anziani o malati, senza alcuna vera possibilità di scelta, cosa che inoltre garantirà al resto dei fratelli di svolgere la loro vita lontano da tali incombenze. Sembrano essere tristi destini senza alcuna via d’uscita, che raramente vengono riconosciuti dal resto dei membri familiari. Cosa sia più giusto fare di fronte alla necessità di chi è oramai vecchio e bisognoso di cure è difficile dirlo ma di sicuro esiste un’enorme differenza tra una scelta e un obbligo fondato su di una pretesa. Trattenere i figli per paura della vecchiaia e della solitudine, ben prima che tali condizioni si presentino,  forse è un sintomo che andrebbe affrontato con più coraggio anche dal punto di vista sociale. La famiglia non può essere detta sana in automatico e per definizione, piuttosto deve sforzarsi intenzionalmente di diventarlo. Il matrimonio è solo un punto d’inizio. Occuparsi dei genitori anziani è un atto d’amore e un modo per riconsegnare quanto ci è stato dato, ma l’amore prevede la gratuità: ciò che ci è stato dato come figli non può essere una cambiale da esigere al momento opportuno, e  se ciò accade è gravissimo. Come genitori abbiamo la responsabilità di non far ricadere sui nostri figli la scelta di averli fatti nascere; come figli non possiamo incolpare i genitori di cosa liberamente abbiamo scelto di fare di ciò che ci è stato dato, cioè della nostra vita. Una persona sana e differenziata sa accettare la propria solitudine e sa dipendere scegliendo liberamente con chi legarsi e da chi separarsi; una persona differenziata sceglie come pagare i suoi debiti di riconoscenza e come condonare o riscuotere i propri crediti, che siano d’amore o di odio. Sono regimi di lealtà che richiedono un’attenta valutazione per la loro profondità e forza condizionante. Se la famiglia teme in modo eccessivo i cambiamenti ed impedisce la crescita dei suoi membri,  allora diventa luogo di sofferenza e genera malattia psichica e mentale. La solidarietà e l’amore non possono essere estorti e sicuramente se li abbiamo ricevuti a sufficienza non avremo problemi a riconsegnarli, ma anche nel caso in cui questo non sia accaduto c’è sempre un’ultima possibilità: diventare umani, scegliendo il perdono, strada che però non può essere percorsa ingenuamente e senza l’aiuto di qualcuno”.

Nella mia stessa esperienza personale questo argomento è di importanza fondamentale  e solo grazie a uno “spostamento” ho potuto modificare lo schema del mio vissuto:

  • spostare il punto di osservazione mi ha permesso di cogliere e leggere segnali che ricevevo dai miei genitori, ma che erano diversi da quelli che avevo configurato come significativi;
  • spostare il fulcro della mia vita di adulto dalla condizione di figlio a quella di individuo con desideri, bisogni, necessità, sogni, difetti, che per prima dovevo/potevo riconoscere, mi ha permesso di cambiare l’attitudine oltre che lo sguardo. Nel momento in cui ho cercato e costruito altrove le basi per la mia vita, in quel processo che Ricci ha chiamato di differenziazione, il rapporto con i miei genitori è cambiato, finalmente alleggerito dalle leve di reciproca dipendenza. A quel punto, tra l’altro, il mio sguardo per loro ha potuto talvolta scoprire la tenerezza e la comprensione.

Oggi scegliere di dedicare tempo ai miei genitori è diventata un’occasione privilegiata, perché ho la fortuna di averli ancora, e di poter continuare a cogliere nel rapporto con loro elementi preziosi per comprendere me stessa.

Rispetto a tutto questo credo diventi chiaro il senso della mia riconoscenza a chi mi ha accompagnato nel mio percorso di ricerca, all’interno del quale ho potuto iniziare a vedermi, riconoscermi, accogliermi e che mi ha fatto scoprire la possibilità di cambiare attitudine anziché aspettare che cambiassero le richieste degli altri nei miei confronti.