Perché un blog inapplicabile

Questo blog nasce come risposta a una domanda mai posta in maniera esplicita e razionale, ma sicuramente nella testa di chi, avendo letto il libro di Antonio Ricci, ha visto nascere in sé il desiderio di dare continuità ai suoi contenuti e soprattutto all’idea che è dietro al concetto di Manuale Inapplicabile e di inapplicabilità.

La pubblicazione e la lettura di “Manuale Inapplicabile” sono stati sicuramente un momento importante nella storia della pratica e dell’esperienza di studenti e insegnanti del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.

E’ stato il momento della sistematizzazione, delle parole che hanno cercato di approfondire il senso della nostra esperienza e del nostro praticare; è stato soprattutto il momento della consapevolezza di come, nel testo di Antonio Ricci, emerga tutta la peculiarità della nostra storia:

un’esperienza che trova la sua migliore espressione nel racconto, nella narrazione non razionale, nelle parole che nascono dal calarsi individualmente nei contesti e nelle relazioni.

La definizione Manuale Inapplicabile da tempo era nei nostri discorsi come l’unico modo di pensare alla possibile sistematizzazione di un praticare che, solo nel momento dello svolgersi, era in grado di definirsi compiutamente e proprio per questo difficile da chiudere nelle strette maglie di un Manuale.

Non ci possono essere Istruzioni per l’Uso.

Ci può essere una narrazione che dall’esperienza prende vita e che – così come gli appunti di Giona e la storia di Gavriel e di Magdala – esprime tutta la ricchezza e la profondità di un sistema di relazioni che nel tempo si è sviluppato tra studenti, insegnanti, partecipanti alla vita di Periagogè.

Il Blog (Inapplicabile) nasce proprio per dare a questa narrazione la possibilità di vivere oltre la carta stampata e il suo essere sintesi del momento in cui è stata pensata, scritta, stampata e pubblicata.

Le nuove piattaforme tecnologiche e i nuovi media digitali possono permetterci oggi proprio questo:
creare uno spazio vitale dove, nell’interazione con il testo e il pensiero del Manuale Inapplicabile, possano prendere vita i suoi contenuti, in uno scambio dialettico senza soluzione di continuità, che nasca dall’esperienza degli studenti e degli insegnanti che con questo nuovo contesto si vorranno confrontare.

Sarà un nuovo terreno di pratica, centrato sul pensiero e sulla parola, dove, dai nostri diversi contesti, possano nascere pensieri, approfondimenti e racconti che nella pratica possano ritornare, generando – in un circolo virtuoso – nuovi contesti e nuove esperienze.

Sarà un confronto aperto, organizzato intorno a quattro aree tematiche principali:

Educativo, Formazione (con un approfondimento specifico sulla Formazione Professionale), Discipline, Psicoterapia.

Per ognuna di esse abbiamo identificato i collaboratori che non esauriscono però la possibilità di partecipazione e di proposta di contributi, così come le quattro aree identificate non esauriscono i temi che nel tempo si potranno approfondire nell’elaborazione e nel confronto.

Cercheremo anche di stimolare (grazie alle opportunità che la rete offre) la creazione di connessioni dirette con altre realtà aprendo e allargando le opportunità di conversazione, confronto e scambio di idee. rendendo inoltre visibili i nostri pensieri all’interno dei social network.

E’ bello pensare che le parole e i pensieri che su questo blog prenderanno forma, possano essere (in)applicati per mantenere vivo nel tempo il Manuale Inapplicabile da cui traggono ispirazione.

Roberto Fuso Nerini

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Consapevolezza personale e sviluppo delle risorse umane

Da qualche anno mi sono avvicinata alla pratica del Tejas Yana, “via della lama affilata”, disciplina inserita tra le attività del Centro Studi Periagogè [1], che ha lo scopo di fornire un concreto terreno d’esperienza all’interno del quale è possibile scoprire diverse modalità relazionali e nuovi approcci alla dimensione conflittuale. Fine ultimo la ricerca di autonomia nella relazione.

Ho iniziato a praticare spinta dalla curiosità. Non ho mai posto distinzioni nette tra la mia vita e il mio lavoro. Da 20 anni mi occupo di sviluppo delle risorse umane e ho sempre considerato la mia professione come parte integrante della mia esistenza. Nell’approcciare questa pratica ho colto immediatamente i significati e le connessioni con i diversi aspetti legati alla relazione, al conflitto, alla presenza consapevole, alla leadership. Mi sorprendo continuamente di come questa pratica apra degli spazi di conoscenza di sé in modo immediato e concreto, permettendo di toccare con mano le tante cose studiate, apprese e insegnate negli anni, relative alla relazione e alle sue regole.

Essere centrati, ben saldi e contemporaneamente rimanere aperti per permettere alla relazione di esprimersi. Tentare ogni volta di agire e di scegliere, anche in presenza di forze interne che richiamano ad una reazione automatica. Incuriosirsi di se stessi, con atteggiamento neutrale senza rinunciare ad andare oltre il propri limiti, cercando attraverso impegno e forza d’animo, un equilibrio più alto.

In questo contesto di apprendimento si parte dal corpo. Lo studio avviene sull’esperienza concreta. Attraverso un’azione è possibile confrontarsi con i propri limiti e le proprie risorse, con dei dati di fatto rappresentati dal nostro agire e in questo modo si può guardare a se stessi e agli altri in modo reale, senza finzioni. Vivere concretamente il senso della responsabilità individuale all’interno di una relazione. Fare bene il proprio lavoro anche per permettere all’altro di fare bene il suo.

Nell’esecuzione dei kendo kata ricerchiamo ogni volta, nello stesso gesto, una presenza vera, una relazione e un incontro. In questa pratica c’è un’insidia. Poiché i movimenti sono codificati, ognuno dei due partner sa cosa farà l’altro in risposta al suo gesto, accade di lasciarsi andare ad un automatismo. Lo scopo, tra gli altri, è quello di mantenere la concentrazione su quello che c’è e non su quello che sappiamo ci sarà. L’attenzione rivolta contemporaneamente a se stesso e all’altro, in ascolto di quel segnale appena percettibile che autorizza il colpo e che apre uno spazio di incontro. Lavorare allora per eliminare ogni gesto inutile, ogni scoria, ogni rumore, per avvicinarsi sempre di più a quell’unicità e verità di intenti. Avvertire l’errore, proseguire includendolo nella sequenza con la voglia di riprovare ancora senza noia, spostando ogni volta l’attenzione sul respiro, sulla distanza, sul colpo, sul kiai [2] per poi tentare di tenere tutto unito, compresa la voglia di andare avanti nonostante la difficoltà, vissuta per la prima volta come vera opportunità di crescita.

Personalmente vivo la mia condizione di principiante di questa arte come un beneficio, dando valore alle tante cose da scoprire e conquiste da fare. Il piacere e il privilegio, in un’età di vita adulta, di sorprendermi e aprirmi alle esperienze senza fretta, dove tutto intorno sembra essere urgente.

Ora, quando entro nel mondo delle aziende dove vige il mito della prestazione rapida e veloce, dove sempre di più incontro persone in ruoli manageriali carenti di quella tenuta emotiva necessaria per una presenza equilibrata, dove lo spazio per la riflessione tende a ridursi, dove l’errore viene colpevolizzato anziché usato, non posso fare a meno di essere colpita dal senso della contraddizione. Manager in posizioni di rilievo, che hanno smesso di porsi il problema dell’apprendimento. Persone che occupano da tanti anni ruoli di staff, con delle buone competenze tecniche, disamorate del loro lavoro, preda della ruotine, annoiati dagli stessi ‘gesti professionali’ ripetuti all’infinito, ormai vuoti di senso.
Quello che imparo durante la pratica è che più si sale di livello più l’impegno riguardo a se stessi e agli altri aumenta. Certi errori non sono più ammessi. L’allievo va agevolato nel suo sviluppo e in questo processo l’insegnante ha un ruolo di responsabilità importante.
Mi chiedo quale connessione ci sia tra il ruolo dell’insegnante e quello del manager, tra allievo e collaboratore.

Chi è un insegnante?

“Qualcuno che cerca coerenza tra idea e vita e la cui umanità è integra, Ciò che importa infatti è il suo sapere e sapere di essere, che viene prima di ogni fare e sapere di fare, prima di ogni competenza tecnica, conoscenza culturale e preparazione operativa. Chi vuole occuparsi di altri deve innanzi tutto e seriamente occuparsi di se stesso, perciò il suo processo formativo non potrà prevedere strade brevi, risultati certi e scorciatoie. (…) Ciò significa essere capaci di stare nella relazione con attenta presenza, attenti a quanto in essa accade sia a se stessi sia all’altro, significa essere capaci di sentire, di entrare in contatto con l’altro e di comprendere i suoi punti di vista, bisogni e richieste. E’ una condizione di apertura indispensabile per ampliare nello studente, la disponibilità emotiva e mentale ad accogliere, includere e comprendere più differenze, più mondo.[3]

Chi dovrebbe essere un manager? Non mi sembra troppo ardito, seppur con le dovute differenze, rintracciare delle comunanze tra le due figure.

“L’insegnante, nel rapporto con l’allievo, deve farsi più grande ma non deve fare più piccolo l’altro”. Questa frase pronunciata dal mio insegnante mi ha aperto un mondo riguardo al tema della responsabilità e non posso più fare a meno di pensare a questo princìpio quando inevitabilmente lo vedo calpestato da logiche di potere.

Nei contesti organizzativi si parla da tempo di eustress, riferito a quella condizione di impegno positivo, dove la motivazione viene mantenuta viva insieme alla fatica che lo sforzo comporta. Quando l’impegno viene ripagato da un sentimento di soddisfazione. Se accade questo, con buona probabilità siamo stati in grado di rimanere collegati al senso del nostro agire. Forse siamo in contatto con un capo capace di ascolto, che per primo non ha smesso di imparare. Siamo capaci di utilizzare l’errore per progredire, in grado di accettare il conflitto come un ponte per lo sviluppo.

Mi sembra così di cogliere che due contesti che per lungo tempo sono stati distanti, l’area delle psicoterapie intese come percorsi di crescita personale e la formazione comportamentale, siano in avvicinamento attraverso una possibile sintesi che valorizza il meglio di entrambi gli approcci. Da una parte la profondità di analisi e dall’altra la praticità del metodo. Mi auguro che la consulenza possa continuare ad impegnarsi per dare delle risposte evolute alla necessità di sviluppo delle risorse umane nelle organizzazioni, pensando a dei percorsi che, tenendo conto del tessuto nel quale vengono calati, esprimano coraggio e un reale desiderio di lasciare una traccia nel cuore delle persone.

Fabiana D’Onofrio


[2]Letteralmente “unione di corpo e energia” che si esprime attraverso il suono potente della voce, che accompagna i momenti topici di un kata o di un combattimento.

[3] Antonio Ricci, Ogni vita reale è incontro, Ed. Periagogè, 2009, p. 15.

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Chi siamo

Il Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè è un’associazione culturale che nasce per:

sostenere il processo evolutivo della persona e della famiglia lungo tutto il loro ciclo vitale, attraverso attività culturali, didattiche, educative e terapeutiche;

formare educatori, insegnanti e consulenti nella relazione d’aiuto;

consentire la libera associazione di professionisti e di organismi culturali che operano nel mondo educativo e della formazione;

garantire la qualità dei servizi offerti dalle associazioni e dai professionisti aderenti al progetto attraverso attività di formazione, aggiornamento, supervisione, direzione e coordinamento didattico;

favorire lo sviluppo di un’etica e di una consapevolezza individuale e relazionale, quali
fondamenti necessari per la convivenza civile;

sostenere il diritto primario all’educazione di ogni individuo e la divulgazione di una cultura della solidarietà per il rispetto, la condivisione e la coesistenza pacifica delle differenze culturali, religiose e di visione politica.

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Manuale Inapplicabile – Archetipi e racconti sull’arte d’apprendere e d’insegnare

“Manuale Inapplicabile”
Il nuovo libro di Antonio Ricci presidente e fondatore del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè

Dalla presentazione del libro:

“Questo è un manuale inapplicabile.
La materia delicatissima di cui tratta è la formazione dell’umano, che per sua natura non ama essere costretta in schemi applicativi standardizzati. L’educativo non è una scienza, ma un’arte, una «anthropine sophia», cioè conoscenza dell’uomo e della sua misura.
Questo manuale è quindi un tentativo di dare forma a qualcosa che difficilmente si lascia imbrigliare, forma necessaria per raccontare e trasmettere. È un diario, o meglio, un racconto a più voci dove mi sono divertito a mescolare la narrazione romanzata alla teoria, facendo prevalere gioco e invenzione, per coniugare in libertà testa, cuore e corpo. Sono pur sempre un maestro d’asilo”.

http://www.periagoge.it/pdf/MANUALE_INAPPLICABILE.pdf

A proposito dell’autore:
ANTONIO RICCI è presidente e fondatore del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè, dove opera come psicopedagogista, formatore e insegnante. Ha pubblicato numerosi articoli riguardanti la formazione della persona, su riviste specializzate. Scrive sulla rivista “Oltre il Naso” ed ha curato l’edizione di “Ogni vita reale è incontro” (2009).

È autore del saggio “Armonizzare il conflitto” (1a edizione 2006 – 2a edizione marzo 2102. Edizioni Periagogè).

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